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“Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Italia non ha mai vissuto una situazione simile”

Il Presidente di Confindustria Russia Ernesto Ferlenghi parla dell’impatto del coronavirus sull’economia, della situazione del business europeo in Russia e dei prezzi del petrolio.

L’impatto della pandemia da coronavirus sull’economia italiana sembra già più disastroso degli effetti della crisi finanziaria del 2008. Così si è espresso il Presidente di Confindustria Russia Ernesto Ferlenghi in un’intervista a Izvestia Il Presidente ha parlato delle misure adottate dal governo contro la diffusione del Covid-19 e su come il business europeo e russo potrebbero cooperare, nonostante i molti anni di sanzioni.

— Questa settimana tutta l’Italia è stata messa in quarantena. In che modo questa situazione influisce sull’economia italiana?

La situazione è molto complicata. L’Italia per numero di morti causate da coronavirus è il secondo paese dopo la Cina e primo in Europa. Negli ultimi giorni il numero di casi di infezione è aumentato di 2-3 mila casi, fino ad arrivare a 12.460, di cui 829 morti. Il che significa che in un giorno il numero di vittime è cresciuto del 31%, percentuale senza precedenti. La rapida diffusione del virus ha rivelato che il primo tentativo di controllare in qualche modo la situazione, quando è stata istituita la cosiddetta zona rossa nel nord Italia (in cui si trovano i le regioni che formano il 40% del PIL del paese) è stata insufficiente.
La situazione diventa veramente critica. Questa settimana il Primo Ministro italiano, ha annunciato la cessazione di tutta l'attività commerciale nel paese: sono chiusi ristoranti, bar, negozi, teatri, e cosi via. Sono garantiti solo i servizi di trasporto pubblico di base e altre attività come ad esempio le banche, i supermercati e le farmacie.
Il governo italiano ha deciso di stanziare €25 miliardi in misure per contenere le conseguenze sull'economia dello scoppio del coronavirus. In particolare, questi soldi saranno destinati ad aiutare coloro che rimangono temporaneamente senza lavoro a causa di restrizioni, così come le piccole e medie imprese, il cui reddito è sceso di oltre il 25%. Inoltre, si discute la possibilità di introdurre una sospensione dei pagamenti ipotecari e prestiti per le imprese. Tali misure possono già portare ad un aumento del deficit di bilancio in Italia fino a quasi il 3% del PIL.
Oggi, il paese sta vivendo un’estrema necessità di attrezzature mediche per test di laboratorio, tute protettive, maschere e altri materiali necessari. Ed essendo in una situazione così difficile, certamente noi contiamo su qualsiasi aiuto umanitario nella lotta contro il coronavirus da parte dei nostri partner e soprattutto della Russia.

Mai dopo la Seconda Guerra Mondiale in Italia si è vista una situazione simile.

— Anche durante la crisi finanziaria del 2008?

Quello che sta succedendo ora non è simile alla crisi del 2008. All’epoca si trattava di una crisi puramente finanziaria, mentre ora si tratta di una crisi di domanda e offerta. Negli ultimi 20 anni le esportazioni italiane verso la Cina sono rimaste invariate e le importazioni dalla Cina sono moltiplicate di sette volte rispetto a 20 anni fa. Ad esempio, l’industria meccanica è quasi al 100% legata alle importazioni dalla Cina. Ma i fornitori sono scomparsi da quando le fabbriche si sono fermate in Cina e ora anche le nostre fabbriche che hanno acquistato varie unità dalla Cina si sono fermate. Trovare nuovi fornitori e nuovi mercati non sarà facile.
Prendiamo il turismo. Questo rappresenta il 13% del PIL dello Stato, cioè più di €200 miliardi. In questo settore lavorano più di 4 milioni di italiani e più di 200 milioni di turisti ogni anno visitano il nostro paese. Il 30% del flusso turistico totale si concentra nel periodo fino a maggio, cioè quest'anno la stagione fino a maggio-giugno è persa. Come ho detto, tutti i ristoranti devono essere chiusi al momento. E abbiamo 350 mila ristoranti e bar, il cui fatturato annuo è di circa €87 miliardi. Il 10% è sceso, e ora la perdita è di quasi €9 miliardi.
Si tratta di una crisi molto profonda, le cui conseguenze sono ancora da stimare.

— Quest'anno l'Associazione delle Imprese Europee (AEB), la principale rappresentanza di investitori stranieri in Russia, celebra il 25 ° anniversario della sua presenza in Russia. Secondo lei, con quanto successo in questo quarto di secolo l'associazione è riuscita a promuovere gli interessi degli imprenditori europei? E cosa si può e si deve fare per migliorare l'efficacia dell’Associazione?

AEB è un'organizzazione autorevole che non ha concorrenti nel mercato russo. Interagisce con i rappresentanti delle autorità russe e delle imprese e prende la parte più attiva nello sviluppo di percorsi per migliorare il clima degli affari nel paese. Ma se prendiamo il numero di aziende europee che lavorano in Russia, che sono più di 6 mila, l'AEB ne comprende circa 530, cioè al massimo il 10%. Quindi dobbiamo lavorare su una nuova strategia per aumentare il numero di membri. Prendiamo ad esempio altre importanti associazioni imprenditoriali europee; la francese MEDEF, la tedesca BDI, Confindustria Italia, ecc. Queste riuniscono oltre mezzo milione di aziende e oltre 23 milioni di dipendenti. L'AEB dovrebbe esaminare le potenziali possibilità di interazione con queste strutture per aumentare il numero di membri della sua associazione.

Dobbiamo lavorare anche per migliorare la qualità dei servizi forniti; è necessario attirare nuovi strumenti che permetteranno alle imprese di comprendere meglio il clima degli investimenti in Russia, la strategia economica, il sistema di tassazione, gli incentivi fiscali e il tipo di supporto delle banche straniere e russe. In generale si deve capire quindi come e in che cosa possiamo essere utili nella sostituzione delle importazioni, che io personalmente approvo. Per attirare le aziende europee sul mercato russo, è necessario prima di tutto capire in quali settori e in quale direzione si stanno sviluppando. Questo lavoro deve ancora essere messo a punto.
Lei ha giustamente notato che quest’anno AEB festeggia il suo 25 ° anniversario in Russia, e a questo proposito speriamo che il Presidente del governo russo Mikhail Mishustin troverà l'opportunità di visitare a ottobre la nostra cerimonia, programmata per questa data. I rappresentanti delle imprese europee apprezzano i risultati del Ministro Mishustin come capo del Servizio fiscale dello Stato, in particolare nel quadro della digitalizzazione del sistema fiscale. Riteniamo il suo approccio pragmatico e professionale e siamo sicuri che costruirà il modo più efficace di dialogo con gli investitori stranieri.

— Cos’altro, secondo lei, deve essere migliorato nelle attività dell'associazione?

— AEB sviluppa in modo molto efficace i contatti con i ministeri russi e la Duma di Stato, ma le aziende di medie e piccole dimensioni si concentrano su grandi imprese e grandi transazioni e hanno bisogno di essere seguite sul mercato. Con questo intendiamo non solo il mercato della Russia con i suoi 146 milioni di abitanti, ma pensiamo più in grande; una nuova parte della strategia per AEB dovrebbe essere il mercato dell'Unione Economica Eurasiatica con 184 milioni di consumatori.
Inoltre, è necessario cambiare radicalmente il sistema di governo dell'Associazione. Attualmente, il Consiglio di amministrazione di AEB presenta solo cinque paesi europei su 27. Non è abbastanza. È importante che siano rappresentati e presi in considerazione gli interessi del maggior numero possibile di paesi europei. È necessario, credo, creare un nuovo sistema di rotazione all'interno della dirigenza di AEB, per garantire un limite al numero di mandati e per far arrivare nuove persone con altre visione e in grado di dare un nuovo impulso all’Associazione.

Io, per esempio, faccio parte del Comitato per l'energia di AEB e questo settore non è rappresentato a livello di governo in AEB. Tuttavia il settore energetico rappresenta oltre il 40% del budget della Russia e circa il 60% delle esportazioni dalla Russia.
È vero, negli ultimi anni la situazione è cambiata qui purtroppo, in peggio per la parte europea del business. Se prendiamo gli investimenti delle società europee e americane nel settore energetico della Russia, nel 2010-2014 rappresentavano l'89%. Nel periodo 2015-2019 la quota è scesa al 33%. Perché è successo? In gran parte perché i paesi Asiatici nel corso degli anni sono riusciti ad aumentare la loro quota di investimenti nel settore del petrolio e del gas russo, dall' 11 al 41%, e il Medio Oriente ha aumentato la sua presenza di investimento da zero al 20%. Ecco come il mercato del petrolio e del gas russo è cambiato negli ultimi 10 anni. Ma, naturalmente, tutto questo è in gran parte anche effetto delle sanzioni.

— A proposito, riguardo alle sanzioni. Sei anni dopo la loro introduzione, le autorità dell'UE hanno mostrato almeno minimi cambiamenti nella loro visione sullo sviluppo di legami economici con la Russia?

— Le tendenze negative verso il rafforzamento dei legami tra Mosca e Bruxelles si fanno ancora sentire e le sanzioni sono ancora in vigore, ma ecco cosa si potrà fare. L'anno scorso la Commissione Europea ha introdotto il progetto Green Deal ("patto verde" per l'Europa), che prevede un cambiamento nel modello di sviluppo europeo verso una maggiore armonia con l'ambiente. Si tratta di una sorta di "road map", un investimento senza precedenti di 1 trilione di euro previsto fino al 2050 con l'obiettivo di trasformare l'industria europea, che contribuirà a ridurre al minimo le emissioni di CO2 e aiuterà a preservare l'ambiente, ovvero tutto ciò che chiamiamo “environmental-friendly”
Potremmo offrire all'UE di sostenere nuovi progetti pilota, che ora sono soggetti a sanzioni settoriali o finanziarie, rimuovendoli dall'azione di misure restrittive, a condizione che la loro attuazione sia conforme alla politica di protezione ambientale dell'UE. Innanzitutto, ciò contribuirebbe ad aumentare le esportazioni di società europee nella Federazione Russa durante il periodo di profonda crisi e contribuirebbe anche alla trasformazione della cooperazione tra i nostri paesi, che porterà alla localizzazione della produzione in Russia, dove, visti gli enormi investimenti pianificati in progetti nazionali, verrà creata la domanda necessaria.
Inoltre, ridurrebbe ideologicamente le tensioni politiche e darebbe impulso allo sviluppo di "tecnologie verdi" innovative. Questa è la nostra sfida comune, che riunisce tutti i Paesi nel tentativo di migliorare il futuro.


— Lei ha anche menzionato il Comitato per l'energia di AEB, che comprende i rappresentanti delle più grandi aziende energetiche in Europa. In qualità di Presidente, come si sente in merito alle conseguenze dell'interruzione dell'accordo OPEC+?

— La prima cosa che vorrei sottolineare è che la Russia è sempre stata un fornitore affidabile di petrolio e gas per l'Europa. I primi accordi sulle forniture energetiche russe sono stati firmati circa 60 anni fa. Una collaborazione così lunga crea un livello di fiducia non trascurabile. Si è dimostrato che la Russia è in grado di gestire i rischi in termini di produzione e fornitura di risorse energetiche. Oggi, il 35% delle importazioni europee di gas e circa il 30% del petrolio si trovano in Russia. L'ultima volta che abbiamo visto un tale calo quotidiano dei prezzi è stato 30 anni fa, nel 1991. Da un lato, sono pessimista: da un punto di vista finanziario ed economico nel mondo, soprattutto tenendo conto del fattore coronavirus, non ci si deve aspettare una rapida ripresa.
Allo stesso tempo, penso che il prezzo del petrolio aumenterà gradualmente. Sicuramente è necessario un nuovo incontro tra i paesi esportatori. Il bilancio russo dipende per il 40% dalle entrate petrolifere mentre in Arabia Saudita per il 65%, quindi saranno i paesi maggiormente colpiti dalla crisi. Questo dovrebbe incoraggiarli a sedersi di nuovo al tavolo delle trattative. In Russia, il fondo di stabilizzazione è di oltre 500 miliardi di dollari, l'elemento dell'inflazione è piuttosto basso e anche il livello del debito è basso, quindi la Federazione Russa riuscirà a resistere. Sono ottimista riguardo al fatto che si riuscirà a trovare un compromesso.

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